mercoledì, 11 marzo 2009
l’esperimento di scrittura altrabetta si è concluso.
per chi fosse interessato, saltuari cassonetti imprecisi
per la raccolta differenziata dei miei deliri,
appariranno qui http://malosmannaja.splinder.com
venerdì, 27 febbraio 2009
Riflessioni quasi-filosofiche, giungendo al soldo
Stupisce lo stupore
La termodinamica dovrebbe aiutare a comprendere che il *bruciare* o la *fissione* sono modalità di produzione dell’energia che possono lavorare solo in passivo e impoverire/danneggiare un sistema quasi-chiuso come la Terra. Solo nell’assurdo che la Terra fosse un sistema termodinamico ideale, il livello di energia di partenza e quello di arrivo potrebbero al massimo giungere a un pareggio. Per cui, vanno benissimo per l’età della pietra (già i primi sapiens bruciavano legna:))), ma se avessimo fatto almeno un po’ di strada da allora, forse ci accorgeremmo che su una scala mondiale (siamo ormai parecchi miliardi di coglioni) tale approccio è termodinamicante sconveniente ed esauribile, oltre che insostenibile.
Risorse fossili in rapido esaurimento.
È evidente che tutte le risorse fossili sono esauribili, che siano esse gas, petrolio, rame, uranio, carbone, platino, polonio e così via. Ricordo di aver letto l’anno scorso su Le Scienze un articolo istruttivo che spiegava come decine di elementi su cui si basa l’attuale tecnologia di cellulari, computer, cavi elettrici, centrali nucleari, orologi e così via, è destinata ad esaurirsi tra il 2050 e il 2100.
Risorse INESAURIBILI.
L’energia eolica, finché esisterà una troposfera, sarà sempre disponibile. Anche l’energia solare è inesauribile (almeno per i prossimi milioni di anni:)). Peraltro, visto che attingono risorse al di fuori del sistema Terra, gli impianti che producono energia sfruttando vento e sole sono gli unici in grado di fornire un bilancio energetico in attivo. Attualmente, le tecnologie necessarie ci sono e tutto sembrerebbe pendere a favore di tali soluzioni… ma allora perché tale *eldorado pulito* non viene messo a frutto?
Già, perché no?
Basta un minimo di buon senso per capirlo. Le lobbies dell’energia (e i loro amici), ovvero chi *possiede* le materie prime fossili, assieme a chi *possiede* le reti di distribuzione, assieme a chi ottiene *ricavi* da tasse e accise (id est, lo stato) NON finanzieranno mai – se non con un disastro ecologico puntato alla tempia – la produzione di energia mediante fonti di energia che non siano *le loro*. E qui sta il punto: il sole e l’aria non hanno un proprietario, altrimenti dalla rivoluzione industriale a oggi avremmo saputo sfruttarli meglio.
Quindi noi.
Siamo di nuovo indietro. La Spagna è leader nell’eolico; la Germania (abbronzantissima?!?!) ci batte nel solare; gli Stati Uniti (di BUSH!!!!) nel 2007 hanno fatto partire con un finanziamento di 420 miliardi di dollari un progetto di solare a concentrazione che gradualmente porterà a coprire il 70% dell’elettricità necessaria agli states nel 2050.
E noi spendiamo per un progetto nucleare di vecchia generazione, quando ancora NON abbiamo completamente smaltito le scorie di cadaveri di centrali italiane mai entrate in funzione! Bah. Bah. E aribah.
E non solo.
Vieppiù, genialmente, ci stiamo affannando nel pensare a come far affluire più acqua in un secchio BUCATO affinché non si svuoti. Non si potrebbe chiudere il buco? Sappiate che oltre metà della spesa energetica italiana è dovuta a riscaldamento (d’inverno) e raffrescamento (d’estate) degli edifici, poiché viviamo in edifici costruiti con tecnologie *anteguerra*. Essendo convinto assertore del risparmio energetico, costruendo la mia casa nel 2006 ho litigato più volte col geometra e ho fatto mettere alle pareti un cappotto in polistirolo-grafite di 15 cm di spessore e finestre in pvc con Uw all’internodo di 1.1 w/m2. Alla prova provata degli anni 2007 e 2008, la temperatura intera della casa NON supera mai i 24 gradi d’estate e i NON scende mai sotto i 14 gradi d’inverno, il tutto SENZA ACCENDERE NE’ RISCALDAMENTO NE’ CONDIZIONATORE.
Ma avrai speso un patrimonio!!
Tutt’altro. Il cappotto viene applicato sul mattone *grezzo* e il prezzo della posa è al METRO QUADRO di superficie (non dipende quindi dallo spessore della lastra, e il polistirolo come materiale ha costi irrisori). Quindi togliendo al costo complessivo del cappotto quello dell’intonacatura e dell’imbiancatura esterne (il prezzo del cappotto comprende già il suo intonachino traspirante), l’eccesso di spesa è stato di soli 3000 euro (già ampiamente recuperati in due anni di NON riscaldamento), senza contare il ritorno economico mediante le possibili detrazioni (forse l’unica cosa buona fatta dal precedente governo).
Conclusione
Volere è potere, ma il potere non vuole.
mercoledì, 25 febbraio 2009
Se t’informassi, allora forse saprestigiacomo…
Visto che, immancabilmente, si sta facendo tifo calcistico pro e contro il nucleare, proviamo a ricordare alcuni dati scientifici *illuminanti*.
Tempo necessario ai diversi tipi di impianti per compensare con l’energia PRODOTTA, quella SPESA per la loro costruzione, attività e smaltimento
(fonte: 2005 Ministero Federale Tedesco dell’Ambiente)
- Eolico: da 4 a 7 mesi
- Concentrazione solare: 5 mesi
- Idroelettrico: da 9 a 13 mesi
- Fotovoltaico: da 3 a 5 ANNI
- Centrale a gas: MAI
- Centrale a carbone: MAI
- Centrale nucleare: MAI
Il che - vi aiuto a intuire la colossale presa per il culo - significa che l’energia elettrica prodotta da una centrale nucleare è sempre INFERIORE all’energia utilizzata per la sua costruzione, attività e smaltimento.
*
Due spot su *eolico* e *solare a concentrazione*:
In Spagna, nel solo anno 2007, l’aumento di energia elettrica prodotta mediante impianti eolici è stato PARI a quella che potranno produrre (sempre in un anno, ma tra non meno di 10-20 anni, tempo previsto per portarle a regime), DUE dico DUE centrali nucleari come quelle in progetto in Italia. Sempre in Sapagna, nell'Aprile 2008, con un picco di produzione di 213.169 MWh, l'eolico ha coperto il 30% per cento della domanda di tutto il paese in quel dato momento.
Rubbia, inventore del “solare a concentrazione”, è italiano, nonché premio nobel, e “chist'è o paese d'o sole”. Ma 1+ 1 non fa due. Per finanziare i suoi progetti è dovuto emigrare all’estero. Il folle scienziato, ha pure progettato Desertec, una rete di centrali a concentrazione solare negli immensi deserti africani che già solo coprendo lo 0,3% della superficie desertica, potrebbe fornire elettricità a TUTTA l’Europa, ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo e al medio oriente, senza immettere nell’ambiente neanche un grammo di CO2, né scorie radioattive.
lunedì, 23 febbraio 2009
Poste
Giorno di scadenza: l’androne delle poste è affollatissimo. Una signora di mezz’età si specchia gli occhi nel brusio strisciante della fila e fruga la borsetta fino a lambire il bollettino. Davanti a lei le ascelle pelose d’un giovanotto sui trent’anni fanno capolino da una t-shirt con su stampato un pezzo di pizza margherita. Nell’afa dell’ufficio, la mozzarella vira al giallo e inizia a colare.
Poco più oltre, una vecchia, aggrappata ad un bastone più pingue delle gambe, gesticola animatamente.
- Io c’ho la minima… mica me lo posso permettere di pensare troppo.
- Eh, sapesse, quest’anno anch’io mi devo accontentare della tariffa ridotta: mio marito è in cassa integrazione da tre mesi.
- Ma io vorrei poter riandare col pensiero al mio Luigi. Amo ancora mio marito, come fosse vivo.
Un uomo sui cinquanta, s’accoda al discettare.
- Beati voi, io pago il massimo, ché devo pensare alla famiglia.
- Anch’io ho due figlie adolescenti, e spesso mi tocca stare in pensiero, così ho acceso un mutuo per tirare avanti.
- Conosceva il vecchio Gandini?
- No.
- Quello in fondo alla via, un uomo che era sempre pieno d’espedienti. Beh, s’è suicidato.
- Oddio.
- Sì, gli avevano ipotecato la casa perché non poteva pagare. Devono aver saputo che era uno di quelli lì, sì, insomma, uno di quelli che una ne fa e cento ne pensa.
- A me tocca pagare di più, che ho un figlio alle elementari e gli fanno scrivere un pensierino al giorno.
- Alla scuola del mio abbiamo fatto un gran casino finché non li hanno aboliti e sostituiti col dettato.
Lisa, in maglietta rosa, dice la sua. Sulla maglietta, una strisciata di pennarello nero cancella metà della marca “Think Pink”.
- Mi frega il giardino: pago un occhio, ché mi fioriscono una marea di viole del pensiero. Il prossim’anno faccio asfaltare tutto.
- Io stavo sotto la quota della tariffa minima, ma poi giusto il mese scorso sono venuti a trovarmi i parenti di giù, e m’hanno portato un piccolo pensiero. Così ho sforato.
- Mia moglie è sempre stata un’indecisa. Ogni volta che le chiedo qualcosa ci pensa su mezz’ora prima di dare una risposta. Eh, le ovvie conseguenze le lascio pensare a voi, sennò mi scatta subito lo scaglione ulteriore.
- E a te? Come va?
- Pensa ai fatti tuoi!
- Ennò, bello, al massimo me li faccio.
- Io, invece, mi sono lasciato: non potevo permettermi né di pensare sempre a lei, né tanto meno potevo cominciare a pensare di sposarmi.
Entrano altre due persone. La porta aperta, spara un colpo di vento che strappa dalle mani della vecchia il bollettino del canone, librandolo verso il soffitto. Quasi fosse il segnale del rondone dominante, l’intero stormo di foglietti s’alza in volo sulle ali del pensiero e esegue due acrobatici passaggi radenti sopra la folla vociante, quindi s’avvita in larghe spire attorno al cartellone della pubblicità laddove un nano calvo dallo sguardo vacuo sorride spensieratamente. La didascalia recita in stampatello:
Se è vero, com’è vero,
che la libertà di pensiero si paga a caro prezzo
rateizzala… e levati il pensiero!
Blonk!
La porta si richiude e i fogliettini prillano nel vuoto ancora un attimo, sospesi in aria a mo’ di bollettini di sapone, per poi calare dolcemente al suolo.
La vecchia si precipita a recuperare il suo, ma appoggia il bastone su una chiazza di mozzarella e scivola schiantando il femore sul pavimento in klinker color tonno, col tipico suono d’un grissino osteoporotico. L’urlo di dolore è belluino.
- Dio mareeeeeee!
Nell’androne panico e apprensione s’insinuano a braccetto dentro il crocchio dei presenti.
- Presto! C’è un medico?
- Chiamate un medico!!
- Un medicooo!
Nessuno. Il trentenne in t-shirt rompe gli indugi.
- E tu, coglione… fai finta di non sentire? Non sei un medico, tu?!?
- Io?
- Sì, tu bello. Tu che te ne stai lì, comodo comodo, a pigiare sui tasti.
- Ecco…
- Allora adesso scrivi che la vecchietta qui non s’è fatta niente e pian piano si rialza. Su.
Ok: la vecchietta non s’è fatta niente e pian piano si rialza. Ma poi cade nuovamente e si procura un grave trauma cranico. Dall’occipite spaccato, sgorga e spande una piccola polla di pensieri trasparenti, dal vago retrogusto ferroso.
- Stronzo. Spero soltanto che ti facciano pagare una soprattassa d’un milione di euro.
- Beh io sono esente, visto che più che agognare la libertà di pensiero, mi libero dei pensieri.
- Cioè?
- Li lascio fuggire, tutti, anche se gironzolano lemmi lemmi. Li esilio qui, su un blog, alla deriva nel mare *bagno* della rete. Poi son cazzi vostri.
giovedì, 19 febbraio 2009
arando vai
sottotitolo esplicativo: mutui smarrimenti
di tanto in tanto
immagino il pensiero un campo
forse melmoso a tratti
coi segni degli zoccoli e gli sguardi
di chi ci ha pascolato
a cicalecci
i passi
qua e là
sagome d’erba spiaccicata
dorsi in amore
scomposti grappoli di merda ovina
e nugoli d’insetti strozzi
frenetici d’andare
altrove
e non è poco
ciò che colgo, in questo
stuprato fiorito
lunedì, 16 febbraio 2009
Dimenticarlo.
Agosto. Odore di ecoballa, tendente al pesce fritto.
Case popolari schierate: ostentano al sole in palmo di mano larghi balconi quadrati. Ogni balcone misura circa quattro metri per lato.
Franca ne ha ricavato un lussureggiante orto botanico. Nell’intricato groviglio multicromatico di foglie, fiori e infiorescenze la vecchia passa gran parte della giornata. Possiede (quasi carnalmente) perfino un incantevole esemplare di Pachypodium geayi del Madagascar, varietà purpurea, con cui intrattiene lunghe conversazioni.
La terrazza adiacente al giardino pensile di Franca, è quella di Rita, il cui marito, Carlo, è affetto da una grave forma di demenza senile etilica. La vecchia lo accudisce con amore, come fosse un neonato, anche se rispetto ad un bambino, Carlo è assai meno esigente: staziona duttile sulla sua sedia a rotelle, tenuto su da tre legacci artigianali in stoffa, non parla, non piange di notte e attende sempre il cibo a bocca aperta. Il rovescio della medaglia è che il vecchio pesa ottanta chili, farcisce il pannolone in proporzione e non ti riempie gli occhi di gioia a guardarlo.
Rita è stata professoressa d’italiano e, a tempo perso, scrive ancora versi. Questi sono gli ultimi che ha composto: s’intitolano “Limbo demente tra vita e amorgue”.
Ti vedo e non ti vedo
ti sento…
E non ti sento,
*perduto*
non t’ho mai conosciuto:
Il mare non s’increspa
per tanto che t’adopri
Urla! Pesta! Scuoti!
ma poi alla fine scopri
che tutte le parole
escon dalla mia mente
senza lasciar traccia
e resta la bonaccia
il niente.
Aspetta ancora un poco
Pazienta… Ritenta… Nulla
che già con sé mi culla
via, il rollio
gentile
dell’oblio
Tutto si è compiuto: non sono mai vissuto
Le due anziane signore spesso si scambiano le ultime novità.
Franca stormisce linfatica decantando i floridi boccioli dei suoi vegetali.
Rita rendiconta le amorevoli cure profuse al compagno d’una vita che le conferiscono a pieno titolo il diploma d’infermiera professionale.
Ieri sera Rita ha avuto l’impressione che il marito le abbia sorriso a senso, e si è commossa. Oggi il quasisorriso di Carlo tiene banco nella conversazione tra le due vicine e inorgoglisce Rita oltremisura. L’amica la ascolta con una punta d’amarezza.
Mentre Rita continua a parlare inondandola di lacrime beate, Franca studia il Pachypodium cercando invano due simulacri fogliari di labbra inarcate che vogliano sorriderle.
Carlo, poco più in là sulla carrozzina, accarezza l’infinito tra l’indice e il pollice della mano destra. Su e giù lungo il plaid variegato amarena, poco sopra il ginocchio, indifferente a tutto.
E’ un bene che il suo spasmo mimico gli abbia recato in premio qualche ora d’aria in più sul balcone: il cielo è nuvoloso ed in terrazza si sta meglio che nei vani afosi dell’appartamento. Una folata di vento gli scompiglia le rade fronde dei capelli.
Rita saluta Franca, poi scandisce lentamente e con premura tre parole appresso al volto del marito e rientra a preparare il pranzo.
Nubi color piombo carico. Uno sparo? No, rotola soltanto un tuono: solo un tuono.
All’improvviso uno scroscio di pioggia.
Rita accorre frignando concitata. La sedia a rotelle s’impunta: stride, rantola, poi parte e gira dalla parte opposta. Oddio… Presto! Più presto! Dentro. Oddio, Signore! Madonnina aiutami… su, dentro…
Nel trilocale adiacente, Franca osserva la scena dietro al vetro opacato dal fiato: soprappensiero, scrive con l’indice una curva sopra la condensa. Concava in alto.
Il giardino pensile zampilla felice di pioggia feconda.
venerdì, 13 febbraio 2009
precarietà
sul foglio scritto
impronte del mio pensiero
incalcolabile
mercoledì, 11 febbraio 2009
metro(rragia) di giudizio
è un po’ che m’ha inchiostrato, questa vita
e s’è trascritta addosso all’anima
sgolandomi le ali
(tessuto non tessuto a strati in poliestere
cotone traspirante sulla pelle)
per poi buttarmi via
carta assorbente
usato
lunedì, 09 febbraio 2009
ortiche sotto il p’orticato
sottotitolo esplicativo: sposta su off l’interruttare gastrico dell’anima
“AAA, affittasi coscienza poco usata, senza obiezione alcuna”
riporta un’inserzione del giornale, gli eventi a scompigliare,
i fogli a dimenare (mani, voglia).
“meglio mi dia alla macchia”
stima l’ambasciatrice mal riposta.
girando vai, qualcuno chiede, e pianta tende ad animarsi
troppo stringente attorno al palo finché inforca
(diviene messo all’indice, il pensiero, a volte)
gli occhiali per vedere! e lingue per gli idiomi!
slanciatosi con foga oltre le dita, un polpastrello
cade teneramente sull’asfalto.
“premi di consolazione!”
abbaia un volantino spiaccicato (morso più volte dal bagnato).
così mi viene in mente quando un giorno
premetti con l’estremo della carne, viva
e mi successe nulla.
compiuta la premessa, attesi che la festa s’iniziasse attorno a sé
girando *vorti*cosa*mente*palle* nello spazio d’un secondo
(fine delle trasmissioni) e in groppa ad un dissimulo
si sta, per scavalcare l’universo.
“non posso farci tutto, semmai non porta appena una carezza”.
e a colazione, sopra il tavolo, enormi stanno stazze:
tisane, tè, caffè, lattentazione (non indurmi)
s’orbite gonfie da cadaveri,
spiriti critici e ghostbusters
mercoledì, 04 febbraio 2009
Grassomiglianze
La signora Clelia Capograsso ha appena acceso il televisore quando il campanello suona. Stavolta non c’è una seggiola a bloccare la maniglia del portone, ma ha comunque deciso di non aprire: silenzio immobile.
*Dighidighidighi dòn!* *Dighidighi dighi dòn!*
Un granello di polvere sospesa s’aggrappa al campo elettrostatico dell’apparecchio.
“Apparecchio” - schiocca tra i denti Clelia, sottovoce, alzandosi a fatica dal divano unto e dirigendosi alla porta.
Della cucina.
*Dighidighidighi dòn!* *Dighidighi dighi dòn!*
La tovaglia resta sospesa sulla tavola per tre frazioni di secondo, quindi s’adagia morbida, ancora gonfia al centro. Due piatti tonfano smorzati sopra il legno, sostando vuoti a rispecchiarsi nel soffitto parallelo e uguale, mentre una coppia di bicchieri verdi si rannicchia più in disparte, forse un po’ troppo attigua all’orlo.
Rumore di chiavi dall’esterno: la serratura esclama un giro secco e schiude.
*
- Perché non hai aperto?
- Oh, non ho sentito, stavo apparecchiando.
*
Clelia si muove con circospezione. Un uomo obeso, cravatta a righe oblique e valigetta nera, avanza recitando con scioltezza il proprio ruolo, prende i tovaglioli dal cassetto e li dispone accanto ai piatti che mantengono imperterriti uno sguardo vuoto. A Clelia basta un colpo d’occhio per comprendere l’ennesima impostura, così sta al gioco e attende lo sviluppo degli eventi: non appena il grasso nel tegame inizia a scoppiettare, cala gli involtini rosolandoli a dovere.
- Ti ho portato le medicine per la pressione. Due scatole.
Di nome e di fatto, pensa la donna, e intanto appoggia le parole alla dentiera, dosando la risposta.
- Grazie. Stanno nella credenza, come al solito.
L’uomo ripone le confezioni di compresse nell’anta e inizia a scaccolarsi, soprappensiero. Cerca la scatola dei biscotti, quella adibita a scrigno della pensione, ma scova soltanto briciole e spiccioli: li ripiega in ordine nel vuoto e torna ad osservare Clelia ai fornelli, volta di spalle, mentre i capelli grigi della vecchia mutano in filigrane di banconote fuori corso.
*
- Ormai la recessione è stabile. Anche oggi ho dovuto rifugiarmi in titoli difensivi. La scatola dei biscotti è vuota, come mai?
- Oh, niente. Ho solo investito i soldi dentro un altro posto.
*
L’uomo continua a parlare mentre mangiano.
- Non si parla a bocca aperta.
- Eh, scusa mamma: hai ragione.
Un breve sorriso perde l’appiglio e scivola giù, lungo la faccia circolare, viscida di perle di sudore. Clelia finge di ascoltare, sdraiando la mano vicinissima al coltello, perché ha paura di tradirsi e allora chi può dire quale brusca rappresaglia sia pronto a scatenare il sosia, scoprendo che lei sa.
L’uomo si soffia il naso, quindi interroga il muco, striato di sangue.
- Hai bisogno di me, domani e dopodomani?
- No. Devo solo fare la spesa.
- Sarò a Londra per un affare. Nel caso, puoi chiamare Carla.
- Come al solito. Frutta?
- Qualche noce, se c’è.
La vecchia scuote il capo, sguscia le dita e le serpeggia attorno al manico della ramazza: raduna le parole in un mucchietto e poi raccoglie il tutto, con la paletta rossa.
*
- Maresciallo, c’è la signora Capograsso. Dice che vuol parlare solo con lei.
- La metta in attesa, finisco il rapporto.
*
- E… e anche stavolta è entrato in casa mia, con quella faccia da impunito, come se fosse tutto naturale. Si è invitato a cena e mi parlava imitando quasi perfettamente la voce. Che faccia tosta!
- Ma chi, signora?
- Lui, il sosia… l’impostore! Gli assomiglia come un gemello, a mio figlio, e viene sempre più spesso a trovarmi. Si… si figuri che si veste come lui e… e l’ho visto persino scendere dalla stessa Audi del mio Franco!
- Si calmi, signora. Perché gli apre?!
- Deve avermi rubato una copia delle chiavi. Ho provato anche a bloccare la porta con una sedia, ma non tiene. La prego, maresciallo, mi aiuti: ho paura! Ho paura che scopra che ho capito che non è mio figlio!
- Mmmm, e…
Il maresciallo esita, poi schiarisce l’inferenza nella voce, assumendo un tono intimoconfidenziale.
*
- Signora Capograsso, mi perdoni, ma devo porle questa domanda: può dire con assoluta certezza che quel tale non sia davvero suo figlio?
- Maresciallo, lei mi lascia senza parole! Come si può ingannare una madre? So bene che non è lui: lo sento da come respira, da come si muove… l’espressione del volto è quella di un attore, di un bravo attore, magari, ma un figlio è carne della tua stessa carne! No… nessuno può ingannare una madre.
- Capisco. Ha riferito a suo figlio di questo… impostore?
- Certo! Gli ho telefonato più di una volta, ma è qualche settimana che non passa per casa: ultimamente ha avuto dei problemi, sa, lavora in borsa e spesso è all’estero.
*
Lo sguardo della donna affoga tra le lacrime nuotando alla deriva e il maresciallo ondeggia senza schiuma, sbuffando lieve. Il tutto fino a quando Clelia stramba di poppa e torna a filare agile la trama della sua avventura.
- Si figuri, maresciallo, che proprio ieri mio figlio mi aveva garantito per telefono che sarebbe venuto a cena. Avevo pure tolto la sedia dal portone, per quanto serva a poco… e invece alle sette in punto arriva l’altro, il sosia…
- Va bene signora. Si calmi, faremo subito degli accertamenti, ora vada a casa e stia tranquilla.
*
- Franco?!? Oh Franco, meno male! Speravo che mi chiamassi.
- Tutto bene, mamma? Hai una voce strana.
- Oh, niente, caro… solo che quello è venuto ancora! Ti prego… ti prego, sono stata anche dai carabinieri.
- Dai carabinieri?
- Il maresciallo ha capito, come le truffe dei falsi postini… o degli addetti comunali che raggirano gli anziani.
- Stai tranquilla. Il sosia non verrà di nuovo, finché sa che sono a Londra. Rientro dopodomani e sono da te.
- Oh… grazie Franco. Mi manchi tanto.
- Anche tu, mamma.
*
L’odore di iodoformio s’affaccia alla finestra e guarda fuori. Il dottor Lenzi annuisce pensieroso: il pronto soccorso è pieno come sempre, ma questa paziente merita un ascolto attento.
- E… e dottore, dopo la telefonata, invece, è ancora l’altro che mi viene in casa, il volto scuro… mi-mi trascina in macchina e mi porta qui. La prego, almeno lei dottore, mi aiuti, faccia qualcosa, chiami il maresciallo dei carabinieri.
- Va bene signora. Ora vedo cosa possiamo fare. Intanto l’infermiera le prepara un tranquillante, ok?
- No! Non voglio nessun tranquillante! Lei non capisce, deve chiamare mio figlio, lo deve avvertire che sono qui. Sapendo che sono all’ospedale, stavolta verrà, sicuramente!
- Ha un numero di telefono?
- Certamente. Nella borsetta.
Il medico annota, mentre lascia decantare le parole della donna, quindi perplesso le seziona il volto, ausculta il murmure dei suoi pensieri e infine le percuote l’animo: perfetto timpanismo eufonico.
- Butti in fuori la lingua e dica “aaaa”.
- Aaaa.
- Mangia cibo transgenico?
- Non credo. Almeno non coscientemente.
- La lingua è patinata sghemba. Dolori in qualche parte del corpo?
- No.
- Le capita talvolta di avere delle clonie, delle contrazioni spontanee e ripetitive dei muscoli, intendo, come se si muovessero da soli.
- Solo raramente, quando guardo i burattini, alla televisione.
Lo stetoscopio dondola smarrito. Il medico sporge le labbra avanti e soffia nell’orecchio dell’anziana, il tono della voce tra il suadente e il complice.
*
- E mi dica, ha mai visto cloni anche di altre persone?
- Altri sosia, intende? No, credo di no, ma sono uscita solo raramente, nelle scorse settimane.
*
In sala d’accesso, un uomo obeso, cravatta a righe e valigetta nera, attende il dottor Lenzi immerso nella cacofonia palustre ospedaliera. Stretta di mano ruvida.
- Allora dottore, cosa ne pensa?
- Non so ancora, credo saranno necessari esami più approfonditi. Per ora la tratterremo in osservazione. La chiamerò personalmente appena avrò qualche novità. Il suo numero di telefono, prego.
Il medico trascrive diligentemente il numero sul fogliettino dove ha già annotato quello del figlio dell’anziana. Le cifre sono identiche.
- La ringrazio dottore, faccia tutto il possibile, sono molto preoccupato.
- Certamente. Ha fratelli gemelli?
- No, sono figlio unico.
- Suo padre?
- Non l’ho mai conosciuto.
- Avete altri parenti, in zona?
- No, qualche lontano cugino in Francia.
- Capisco.
- La signora ha mai mostrato segni di disorientamento spazio-temporale?
- Beh, qualche disturbo della memoria, a volte. Ultimamente è così inquieta…
- Ok. Ora devo lasciarla, arrivederci.
*
L’uomo obeso si congeda, dando le spalle al dottore.
Nella frazione di secondo in cui la rotazione gli scompiglia il ciuffo di capelli sulla nuca, il dottore ha l’impressione di scorgere una scritta.
Vertigine.
*
L’androne si dilata fino a lambire i margini del cosmo e il dottor Lenzi sfuma mentre corre a perdifiato lungo il campo visivo arato di fresco. Ha un ginocchio sbucciato sotto i pantaloni lunghi, indossati per l’occasione.
Il nonno è morto.
Il nonno è morto e quindici anni sono sufficienti per partecipare a un funerale.
La bara è oblunga due chilometri e in angolo, nell’obitorio, piove fino fino, rendendo il pavimento scivoloso. Dentro la cassa un uomo troppo rigido per essere suo nonno: labbra impagliate, nessuna smorfia da pagliaccio, neanche un burattino nel taschino.
“Non è mio nonno”, pensa, mentre su indicazione della madre, si china per baciarlo sulla fronte.
E’ un attimo.
Rabbrividisce e sbianca, poi oscilla indietreggiando passi incerti, finché non svicola all’esterno della camera mortuaria. In bocca il retrogusto alieno di vocaboli, rimasti incuneati chissà come in mezzo ai denti, accanto alle gengive del cervello.
Dietro l’orecchio! Dietro l’orecchio del cadavere, ha l’impressione d’aver letto tre parole stampigliate: “made by God”. Sua madre lo osserva preoccupata.
- Cos’hai Giulio, ti senti male?
- No. Niente.
Si fa forza. Deve rientrare a controllare.
*
- Ciao Giulio, come va?
- Non troppo bene, se sono qui da te. L’altro ieri m’è successo un fatto strano, da allora m’è calata addosso un’ansia irrespirabile.
- Possibile?
- Una signora in pronto soccorso, una storia delirante che verosimilmente m’ha toccato un nervo scoperto. Quella storia di mio nonno, ricordi?
- Ricordo bene.
- Più che qualche goccia di Flexotan, volevo parlarne con te.
- Pronti. Vuoi che ti faccia incazzare un po’, metodo catartico Lehman Brother Sados, così ti sfoghi?
- Non so.
- Di recente ne faccio un largo uso: efficacissimo nel ricomporre la dicotomia tra neocortex e pulsioni del sistema limbico.
Un’aura di silenzio cattedratico nevica la scrivania. Lenzi scrolla un brivido di disappunto.
- Mmm… funziona: sento che iniziano già a girarmi le balle.
- Ma no, dai: sto soltanto prendendoti per il culo! …anche se andare in bestia, in effetti, è liberatorio, essendo l’uomo un animale che s’è dimenticato di esserlo.
- Ti preferisco quando sdrammatizzi la mia ricerca ossessiva della verità.
- Disse il saggio “per quanto cerchi, il verbo non riesce, a far quadrare il senso”.
*
Argutamente, il dottor Lenzi sorride.
- Eh, così mi piaci. Sì. Penso che ho soprattutto bisogno di ridere.
- Allora stai a sentire cosa diceva spesso mio nonno, qualche anno prima di morire: “Non cercare la verità, la vita ha solo fatto finta di nasconderla da qualche parte”. Mio nonno aveva l'Alzheimer.
- E’ il racconto dei nonni, quello di oggi.
- Già. E siamo verso la fine, quindi ascolta bene. Mio nonno diceva sempre: “Se non avessi il bastone ma le ali, volerei verso il cielo”. Dopodiché strabuzzava gli occhi e starnazzava “Ciiiiiiip, ciiiiiiip, ciiiiiiip!”.
- Eh, eh… sei grande Francesco.
- Non te l'ho mai detto, ma mio nonno aveva l’Alzheimer.
- Uh? Ah, ah…
- Ehm, eh, e oggi è... ah, sì, oggi è un racconto particolare, anche se non ricordo quale. Mio nonno diceva spesso “Occazzo, non mi ricordo più". Dopodiché strabuzzava gli occhi e correggeva “Senza le virgolette, però”, demandando ad altri la scoperta.
- Grazie, eh, sei un tesoro.
- Ok, ma scusa... e tu chi sei?
*
Uscito dallo studio dell’amico psichiatra, il dottor Lenzi sente che il peso che gli opprimeva il senso è già notevolmente alleviato: un vero professionista, Francesco.
Avanza a passo di marcia verso casa, cullando la certezza rassicurante che tutto sia stato soltanto una brutta allucinazione innescata dallo stress emotivo, come quella volta da ragazzo: dietro l’orecchio non c’era e non poteva esserci scritto “made by God”, ma “made in China”.